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Dati alla mano, Renzi, Salvini e Grillo hanno sepolto i giornali di carta

Dati alla mano, Renzi, Salvini e Grillo hanno sepolto i giornali di carta

La merce della politica è il consenso: lo si compra e lo si vende attraverso i dispositivi marketing che invadono i media vecchi e nuovi. La lezione è nota, Berlusconi ce l’ha impartita per almeno vent’anni. La nuova generazione di leader politici (che non per forza equivale ad una primavera anagrafica) ha superato il maestro nella capacità di ri-mediare il gradimento, senza però riuscire ad eguagliarne la  caratteristica principale: quella capacità di creare opposizioni ideologiche in grado di dettare il tempo al dibattito nazionale. Per converso, la new wave della politica italiana ha rinunciato a trascinare l’intero paese nella tirannia di un’agenda e di un dizionario politico unico per tutti, trasformando la dirompente retorica berlusconiana in una  comunicazione declinata in chiave corporate e addomesticata al buon funzionamento delle tecniche di propaganda. Oppure, detto con altre parole, ha convertito un’ideologia di potere che soggiogava tutti all’obbligo di schiararsi, e forzava ognuno a subire o partecipare alla rissa, in un meccanismo di proselitismo che non interessa più a nessuno.

Grillo, Salvini, Renzi, sanno frequentare i media digitali con una dimestichezza che Berlusconi non osava nemmeno immaginare, data la sua fiducia incondizionata nel mezzo televisivo. Appartiene ormai all’epos nazionale la sua goffaggine con il più importante motore di ricerca del mondo, convertito in conferenza stampa con Mubarak (sì, il famoso zio di Ruby), nel genio della letteratura russa Gogol: lo avrà tradito il suo affetto per Putin, da sempre preferito all’abbronzatissimo Obama e alle perfide tendenze innovative della Silicon Valley. Grillo ha dominato per anni la scena digitale italiana con il suo blog e la sua presa sui social media, Renzi e Salvini si sono dimostrati molto abili durante gli ultimi mesi a governare la loro onnipresenza sui canali tradizionali e su quelli messi a disposizione dalla rivoluzione digitale.

Finalmente non siamo più costretti a schierarci pro o contro i magistrati e i comunisti, o a sentirci ridotti a pedine di una partita cosmologica tra Odio e Amore, se pretendiamo che i politici non evadano le tasse, non perseguano l’interesse unilaterale di un gruppo o di un solo individuo a dispetto del vantaggio comune, non trattino le istituzioni come uno strumento di remunerazione per cortigiane e cortigiani. D’altra parte la trasformazione del ministero in un mistero e la conversione della vita ordinaria in uno scacchiere metafisico è una delle prerogative storiche del potere, soprattutto di quello assoluto. Ora che ce ne siamo liberati, gli eredi contemporanei si sono però limitati a svuotare la teologia dai suoi paramenti mitologici tenendo solo l’apparato di comunicazione, come il guscio dell’ostrica privato della perla. Sono rimasti i messaggeri, ma il re ha abdicato e il trono da cui venivano inviati i dispacci sbadiglia vuoto nelle stanze della politica.

La nostalgia per il potere, ora che sopravvive solo la comunicazione della sua scomparsa, scuote a tal punto la loro sensibilità da renderli ciechi davanti all’evidenza. Abbiamo condotto un’indagine sul rapporto tra la copertura della stampa nazionale e locale su alcuni dei nuovi protagonisti della scena politica italiana e l’attenzione dedicata a questi stessi personaggi da parte del pubblico che frequenta le piattaforme digitali. Abbiamo anche verificato quanto i tre soggetti principali in esame, Renzi, Grillo e Salvini, si occupino di presidiare i social media amministrando in prima persona sia il popolo dei fan più accesi, sia la presentazione diretta del loro pensiero, sia infine la segnalazione dei passaggi su altri canali di comunicazione di massa come i quotidiani locali e nazionali.

 

Salvini: idee chiare e ben scandite

Matteo Salvini si propone come l’erede più maturo dell’esperienza berlusconiana, riaggiornandola in chiave 2.0. I passaggi televisivi vengono raddoppiati puntualmente dai post su Twitter: su 199 messaggi pubblicati a giugno, 50  segnalano la presenza del leader leghista ad un trasmissione sui canali Rai o Mediaset. A novembre gli hashtag che insistono sulle apparizione in TV salgono a 94, ma la produzione di post nel frattempo è più che raddoppiata, raggiungendo le 487 unità durante il mese. La passione predominante è Ballarò, che ricorre 61 volte da giugno a novembre, contro le sole 28 apparizioni di clandestini, e le 25 di invasione. Quando dirama le sue riflessioni attraverso Twitter, Salvini non si rivolge a un interlocutore-modello rappresentato da un pubblico, ma da un’audience televisiva, la cui fedeltà si misura in termini molto più immediati e sicuri di quelli tradizionali: il numero dei follower rimane stabile intorno alle 71.200 unità da giugno a ottobre, per compiere un balzo improvviso a oltre 85 mila a novembre. Ma è il volume delle condivisioni a denunciare il successo del segretario lombardo: i retweet sono passati dai 13.549 di giugno agli oltre 190 mila di novembre, con una portata che è cresciuta dai 68 per post di sei mesi fa, ai 390 di novembre. Sarà per questo che il linguaggio di Salvini tende alla semplificazione, necessaria per parlare alle folle che seguono i talk show televisivi: immigrati è meglio di clandestini, suona più comprensibile, e si guadagna l’hashtag 82 volte da agosto a novembre; ma ancora più efficace per chiarire la minaccia è il concetto di invasione, che tuona 104 volte solo a ottobre con l’imperativo stopinvasione. L’arma spuntata per eseguire la missione è l’operazione marenostrum, che viene accusata di inefficienza 91 volte tra giugno e ottobre.

Il nemico ha un alleato interno, incarnato nientemeno che nella figura del Presidente del Consiglio: Renzi è convocato 282 volte da giugno a novembre. La chiave del successo della comunicazione di Salvini è chiara: il messaggio è uno solo e viene ripetuto in modo ordinato, con un crescendo emotivo e quantitativo per mesi. Il problema essenziale della vita quotidiana degli italiani è rappresentato dagli immigrati che penetrano clandestinamente nel Paese, e che agiscono come un esercito di invasione. Contro questa sottrazione di sovranità le istituzioni governative non sanno come muoversi, quando addirittura non agiscono apertamente a favore del nemico, in virtù di ideologie malate e di complotti di palazzo, come accade a Milano con il sindaco Pisapia. I fan possono offrire il loro contributo decisivo per risanare la situazione: per di più possono farlo in modo molto semplice, sedendosi comodi in poltrona e seguendo le trasmissioni televisive cui partecipa il leader della Lega. Per il lavoro e per il referendum contro l’euro resta solo lo spazio marginale di venti hashtag a ottobre e nove a giugno.

 

Grillo: il re del web perde mordente

La moneta unica del continente è un problema avvertito invece da Grillo, in un magma più indistinto in cui nella questione finanziaria si mescolano anche le polemiche sulla pressione fiscale, sull’anatocismo e sul pos per i negozi. Sembra trascorso un secolo da quando, solo un anno e mezzo fa, il leader del M5S prometteva di aprire il Parlamento come una scatola di tonno e convocava (con successo) i sostenitori a spegnere la televisione e a riempire le piazze. La parabola è l’inverso di quella di Salvini nei contenuti, nella call to action per i fan e nei volumi di interazione. La produzione di post da parte di Grillo nel corso del mese di novembre denuncia la sua delusione cosmologica: solo 164 tweet, rispetto ai 494 di ottobre e ai 797 di settembre. Nel mese scorso i retweet sono stati «solo» 7.525, quasi la metà di quelli guadagnati da Renzi, ma ben 25 volte meno di quelli di Salvini. Per uno che ha conquistato un quarto dell’elettorato nazionale presidiando i new media e imponendosi un’interdizione assoluta dei passaggi televisivi, questi sono risultati quasi peggiori di quelli riportati nelle urne calabresi ed emiliane lo scorso 23 novembre.

L’obiettivo di trascinare l’Italia fuori dall’euro viene proclamato negli hashtag 18 volte tra ottobre e novembre: il focus del mandato politico del movimento viene enunciato in modo molto meno impetuoso rispetto alla strategia di comunicazione di Salvini, e si annacqua in una serie di richiami alle contingenze politiche che possono apparire lontane dalla sensibilità immediata del pubblico, come la sfiducia a Crocetta (10 occorrenze a ottobre), la mancanza di requisiti di Violante per la Consulta (4 volte a ottobre), la denuncia del patto del Nazareno (4 volte a novembre), la polemica con Orellana (2 volte a ottobre).

 

Renzi: alla ricerca dell’hashtag perfetto

Fino a novembre era Renzi a capitalizzare al meglio lo sforzo di produzione su Twitter.

I post sono passati dai 9 di giugno ai 42 di novembre, passando attraverso la cuspide dei 60 in agosto; in media i retweet per ogni messaggio sono stati tra i 360 e i 370 – una prestazione superata solo dalla media di 406 rilanci di Salvini a novembre. Oltre all’energia partecipativa dei fan, il Presidente del Consiglio può contare sul vantaggio della prima mossa: l’iniziativa politica appartiene al governo (per definizione), e l’impegno principale della macchina di comunicazione su Twitter è teso a incensare la sua operatività amministrativa.

Renzi attribuisce al suo esecutivo il merito di una ripartenza dell’Italia (27 volte tra giugno e settembre), di cui forse si sono accorti in pochi nel Paese reale, ma di cui trabocca il cinguettio del premier; per questa ragione l’incarico che gli è stato consegnato coincide con lavoltabuona (15 volte tra giugno e novembre) per il rilancio del destino nazionale. Il decreto sbloccaitalia (citato due volte) e il jobsact (indicato una volta) figurano come indicazioni, alquanto sfuggenti, degli strumenti concreti in cui si materializza l’opera del governo; quello che risulta chiaro è che il processo deve essere compiuto con prudenza passodopopasso (tre volte), in un arco di millegiorni (9 volte). Una metafisica millenaristica si affaccia come un ectoplasma nel dizionario, ma è pura apparenza perché la dilazione temporale serve a far dimenticare le promesse, non a disegnare un destino o la sua identità.

 

Alla ricerca di una sintesi: il verdetto di Google

La domanda però è: invasioni, euro e rinascite nazionali, sono in grado di commuovere il pubblico a tal punto da tematizzare argomenti di per sé piuttosto noiosi o difficili, come quelli politici, nelle loro conversazioni private e nelle loro attività di informazione quotidiana? Possono funzionare come valori identitari o ideologie che consegnino – quando la conoscenza è troppo complessa – almeno un’opinione sostitutiva sul mondo, e una chiave per comprenderlo e agire di conseguenza?

Le amministrative di fine novembre, e i report di Google sui volumi di ricerca imputati dagli utenti in Italia nel corso dell’ultimo anno, lo negano in modo reciso. Il 23 novembre 2014 in Emilia Romagna solo il 37,5% degli aventi diritto ha visitato la cabina elettorale, contro il 68% della tornata precedente nel 2010. La convocazione al voto dei cittadini è un modo dispendioso di eseguire dei sondaggi, anche se formalmente ineccepibile. Il monitoraggio delle interrogazioni rivolte al più importante motore di ricerca del mondo permette di ricostruire in modo più economico e sistematico l’andamento dell’interesse spontaneo rivolto dal pubblico a un tema o a un personaggio. Quando qualcuno ci pone una domanda (un intervistatore, un amico, un insegnante, persino lo Stato sotto forma di chiamata alle urne), la risposta per lo più viene forzata dal desiderio di non fare brutta figura. Il meccanismo di ricognizione di Google è molto più prossimo alla realtà: se l’interesse non esiste, sono gli utenti stessi a non convertirlo in nessuna azione di interrogazione – per cui anche l’assenza di query è un dato che porta con sé un significato. Inoltre, nella formulazione della domanda gli utenti sono liberi di esprimere la loro curiosità con le connotazioni e con il dizionario che ritengono più appropriato ai loro interessi e alle locuzioni che sono famigliari nelle loro cerchie sociali. Nel cielo sgombrato dalla metafisica del potere, Google allestisce un nuovo arredamento che fa sentire ciascuno a casa propria nell’universo; solo che dentro ogni mobile c’è il marchio e il prezzo fissato da Mountain View, un po’ come l’Ikea fa con i nostri appartamenti.

Secondo il report di Google, a dicembre 2013 per la prima volta il numero di interrogazioni su Matteo Renzi ha superato quelle dedicate all’ex premier Berlusconi: 246 mila contro 135 mila. Se si sommano le query relative ai principali politici italiani, Renzi, Grillo, Berlusconi, Alfano e Salvini, un anno fa il totale era superiore a un milione e centomila unità. A ottobre, tre settimane prima del voto emiliano, la quota era quasi dimezzata: 631 mila. A novembre l’entusiasmo non è tornato: solo 20 mila interrogazioni in più, a quota 651 mila. Il dissanguamento proviene soprattutto dai due personaggi cui la Rete ha dedicato sempre maggiore attenzione: Berlusconi in quanto eroe o anti-eroe nazionale, Grillo come paladino di Internet e del suo popolo. Ai (suoi) tempi d’oro, fino alla fine del 2011, l’ex Cavaliere totalizzava da solo più di un milione e duecentomila domande in media al mese; a ottobre soltanto 60.500 interrogazioni gli hanno rivolto un pensiero, 90.500 a novembre. Sic transit gloria mundi (sappiamo quanto Berlusconi apprezzi questa massima).

Grillo ha sempre goduto di un occhio di riguardo da parte del web. A maggio, in corrispondenza delle elezioni europee, l’attenzione per il leader del M5S ha superato la soglia del milione e duecentomila query; a novembre il patrimonio sembra in larga parte dissipato, con una riduzione a poco più di 300 mila interrogazioni. In numeri assoluti di gloria ce n’è ancora molta, se è vero che l’inseguitore più prossimo è Salvini con 135 mila domande, poi Renzi con 110 mila. Ma nel trend si mostra un tracollo verticale, e uno spostamento dei favori del pubblico verso il segretario della Lega, che moltiplica per cinque il capitale delle 27.100 query registrate nel dicembre di un anno fa. Senza il suo balzo di qualità, la dedizione del pubblico online ai politici e alle loro argomentazioni sarebbe ristagnato per tutto l’autunno intorno ai volumi minimi dell’anno, quelli che si registrano durante la pausa estiva di agosto.

Ma nonostante la passione autarchica di Salvini e le elezioni amministrative, a novembre il coinvolgimento degli utenti web per la vita politica è cresciuta solo del 38% rispetto al sonno dogmatico del periodo balneare, è crollata di oltre il 60% rispetto al picco di maggio per le Europee, e si è contratta del 42% rispetto alla media dei primi sei mesi del 2014.

Invasione, giogo economico europeo, gioventù e bellezza di ministri e di programmi governativi, da soli non bastano a suscitare l’entusiasmo o il terrore del pubblico; gli utenti si limitano a oscillare tra la depressione e la noia in assenza di un cattivo o di un eroe di adeguata levatura. Se la Poetica di Aristotele non bastasse, ci penserebbe Star Wars a insegnarcelo.

 

I quotidiani sono sintonizzati sul canale sbagliato?

Ma i giornali non si lasciano commuovere né dallo Stagirita, né dalle resurrezioni di Darth Vader, né dalla distrazione evidente dei lettori. Se lo stalking su Matteo Renzi è motivato dalla necessità di coprire le notizie sulle attività del governo e del suo presidente, la lente su ogni mossa e su ogni dichiarazione di Salvini e Grillo appare in controtendenza con la disillusione manifestata dal pubblico. Abbiamo monitorato otto tra le maggiori testate nazionali e 112 giornali locali nel periodo tra marzo e novembre, misurando la febbre della loro passione per Salvini e per Grillo.

Le testate nazionali sono rimaste piuttosto indifferenti al dramma emotivo del popolo online per Grillo. I pezzi focalizzati sul leader del M5S a novembre erano solo il 17% in meno rispetto al picco di maggio, con una crescita del 144% rispetto alla vacanza agostana e un valore di oltre il 20% superiore alla media del periodo analizzato.

I giornali locali sono molto più espliciti nell’espressione del loro entusiasmo. La produzione ad ottobre brucia persino la cuspide delle Europee e si abbandona senza ritegno alle polemiche sulle espulsioni dal movimento e sul Circo Massimo. La crescita della produzione dedicata a Grillo rispetto a maggio è del 93%, e supera quella della media del periodo del 222%. Lazio e Liguria guidano la furia documentativa, seguite da Umbria, Sicilia e Friuli.

Su Salvini il dispendio di inchiostro è davvero senza risparmio. Gli articoli con un focus sul segretario della Lega a novembre sono aumentati sulle testate nazionali del 361% rispetto alla cuspide precedente di maggio, e pesano il 273% più della media del periodo esaminato.

Ma anche i giornali locali non si tirano indietro. A novembre il loro contributo informativo su Salvini si estendeva del 269% più di quanto fosse accaduto per le Europee, e con un’intensità del 327% superiore alla media del periodo.

Non ci viene risparmiato nulla: la copertura sull’incidente automobilistico di Bologna è capillare e persino cavillosa, l’alleanza con Le Pen viene considerata da ogni lato, viene seguita la campagna di Russia con più rigore di quanto potesse sperare Napoleone, vengono riportate con puntualità tutte le esternazioni su clandestini e rifugiati, e discusse con la pignoleria degli esegeti del Talmud. Eppure, amici giornalisti, parliamo di Salvini, non di Mosè, e nemmeno di Darth Vader. All’apice del successo la sua penetrazione presso il pubblico online è un decimo di quella che sapevano suscitare Berlusconi e Grillo «a regime», senza squilli di creatività o lanci di oggetti contundenti durante comizi pubblici.

Vi aspettate di trovare la Lombardia in cima alla classifica delle regioni con maggiori testimonianze sulle prodezze interne e internazionali di Salvini? Naturalmente vi sbagliate. Liguria, Toscana e Puglia sono le capofila, seguite dalla Basilicata, dal Lazio; infine Campania e Calabria. Milano arriva dopo la Sicilia. La realtà dei giornalisti supera la fantasia.

Conclusioni

Se si deve sintetizzare il risultato complessivo dell’indagine, lo si può esprimere così: se il potere politico ha perso la sua presa sul coinvolgimento dei cittadini, il quarto potere si è del tutto estinto. La forza dei giornali di stilare l’agenda degli interessi del pubblico, e di prescrivere il loro comportamento in fase di elaborazione ideologica e di esecuzione elettorale, appare definitivamente esausta. Forse è sempre vissuta in una dimensione ideale, immaginaria o auspicata; in ogni caso, i dati registrati in quest’ultimo anno in Italia sembrano consigliare un rapido passaggio all’elaborazione del lutto. Qualche spiegazione al disastro finanziario in cui precipitano tutte le testate, anche le più prestigiose, doveva pur esserci. L’armistizio che ha interrotto nell’arena politica l’eterna guerra tra il Bene e il Male, qualunque fosse la posizione che si intendesse assegnare a Berlusconi, ha rivelato che il cielo degli ideali ha seppellito un cadavere molto ingombrante per la sopravvivenza dei giornali: quello dell’opinione pubblica. È scomparsa mentre erano tutti assorti a discutere se evadere le tasse fosse un diritto o se Ruby fosse credibilmente egiziana e minorenne. Però l’assassino non è né il Bene né il Male, ma il medium che si fa pagare in conoscenza, e che dispensa un nuovo cielo stellato per rassicurare le certezze di ognuno di noi: il nostro simpatico assistente di stesura del report, il motore Google e la sua ampia famiglia di accessori.

(Foto di copertina di Adriana Molas, Flickr

L’articolo è stato originariamente pubblicato su Gli Stati Generali

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