Blog

La rivoluzione è finita. E i giornali hanno perso

Qualche giorno fa Erik Wemple ha dedicato sul Washington Post un articolo di quasi 22 mila battute ad una newsletter (il pezzo che state leggendo ne contiene poco meno di 8 mila). Un contributo così prolisso su un dispositivo di comunicazione obsoleto sembra un lavoro di archeologia più che una questione di giornalismo. Nell’epoca delle belle immagini e dei grandi titoli, sembra inspiegabile che una testata offra uno spazio tanto ampio sulla sua edizione online per un argomento meno che marginale.
In realtà il pezzo di Wemple è a suo modo un contributo di giornalismo di inchiesta. L’ampiezza del discorso è motivato dal lavoro di indagine condotto su uno dei pochi veri successi editoriali degli ultimi tempi: la newsletter è Playbook, il notiziario che Mike Allen invia alla cerchia di lettori più influenti d’America registrati al servizio di Politico. È un pubblico che è stato raccolto con una cura prolungata, fidelizzato con una carriera di corrispondente alla Casa Bianca dal profilo impeccabile.
Le caratteristiche di Playbook possono commuovere il pubblico italiano in misura limitata; ma l’indagine condotta da Wemple sulle uscite degli ultimi mesi della newsletter non possono sfuggire al radar dei lettori più attenti e in generale di chiunque si occupi di giornalismo come professionista del settore o come cittadino preoccupato per la coltivazione del suo spirito civico. Lo scopo della ricognizione è quello di evidenziare l’impatto che il native advertising ha prodotto sui contenuti del notiziario di Allen. O forse sarebbe più giusto dire che il focus è collocato sulle lacune e sulle amnesie che la raccolta di inserzioni ha generato nelle cronache di Playbook.
La prima nota che occorre appuntare è che la newsletter è un successo economico: il dispositivo del native advertising garantisce entrate più che soddisfacenti dal punto di vista del bilancio di Politico. Gli inserzionisti sono felici di versare 35 mila dollari per una settimana di passaggi nella newsletter di Allen. Si tratta di un dato sensazionale in un mercato, quello del giornalismo, che negli ultimi anni registra quasi solo licenziamenti, riduzioni di redazioni e fallimenti. Mike Allen viaggia a gonfie vele aprendo un varco per i suoi inserzionisti verso le orecchie dei personaggi più potenti d’America.
Il problema però è subito dietro l’angolo. Wemple scova uno ad uno tutti i favori che sono stati elargiti agli investitori: la Camera di Commercio degli Stati Uniti ha versato il suo obolo, ma continua a ricevere una copertura molto generosa nella newsletter al di fuori di ogni accordo commerciale dichiarato; dopo il disastro ecologico nel Golfo del Messico, la BP ha deciso di versare il suo contributo e gode tuttora di valutazioni encomiastiche da parte di Playbook, che non risparmia occasione per sottolineare l’importanza degli investimenti della compagnia petrolifera in America. Le stesse forme di delicatezza  sono state riservate a Goldman Sachs.
Naturalmente Politico vanta giornalisti che studiano in profondità le carte e che elaborano informazioni fastidiose per il potere, in controtendenza con l’atteggiamento di Allen; ma il lavoro che si sviluppa su Playbook serve a pagare anche il loro stipendio. E di questi tempi non è poco.
Il native advertising prevede la disponibilità da parte della testata giornalistica di accettare iniezioni di contenuti sponsorizzati dagli inserzionisti nelle sezioni core della sua offerta informativa. BuzzFeed è il magazine che in questo momento ha saputo implementare al meglio questo dispositivo di finanziamento; ma il suo vantaggio è quello di estrarre valore da un segmento di argomenti – dal gossip allo spettacolo ai memi demenziali del web – che non comportano particolari conseguenze dal punto di vista ideologico. Sovraesporre la copertura informativa su LadyGaga è un effetto del marketing dell’intrattenimento che ha implicazioni molto diverse rispetto all’esaltazione del contributo di una banca o della Camera di Commercio per lo sviluppo economico nazionale, o alla svalutazione del danno ambientale provocato dal rovesciamento di tonnellate di petrolio sul fondale dell’oceano.
La domanda imposta dalla requisitoria di Wemple contro Allen è molto più ampia del singolo caso della newsletter sui paraggi del potere a Washington: l’interrogativo riguarda lo statuto del giornalista e del giornalismo in generale. Nelle ultime settimane è circolata la notizia che il valore di mercato di Googlesia ormai superiore a quello dell’intero mercato dei giornali e di quello dei magazine; sembra che a breve sarà in grado di superare anche quello di società petrolifere come la Exxon. Il motore di ricerca e i social media sono i principali distributori di notizie online per il pubblico Occidentale: la rivoluzione non è in corso, è già finita, ed è necessario prenderne coscienza. Nell’epoca del sovraccarico informativo, i filtri tecnologici hanno assunto nel rapporto con i lettori la posizione che in passato era detenuta dagli editori. Come osserva Nicholas Carr, chiunque voglia stabilire una relazione di comunicazione con il suo pubblico deve preoccuparsi di obbedire alle prescrizioni di rintracciabilità richieste dal bot di Google e alle regole di viralizzazione sui social media. La guerra è persa, e si obbedisce alle regole del più forte.
In  questo contesto, ciò che hanno perso i giornali è il potere di stabilire ex cathedra quali sono gli argomenti rilevanti per tutti, escludendo dall’agenda condivisa l’irrazionalità delle passioni individuali. In un’epoca in cui Google ha insegnato che qualunque domanda attende legittimamente una risposta, è molto difficile separare il crampo mentale dell’individuo dall’argomento di interesse pubblico. L’irrazionalità delle passioni personali non si sdraia più sul lettino dello psicanalista, perché è indaffarata a replicarsi attraverso migliaia di clic sulle pagine di 4chan, diBuzzFeed e di Snapchat. Il crampo mentale è morto, trasfigurato nel corpo glorioso dei memi di internet.
Il caso Mike Allen sembra allora il minimo che possa accadere ad un’istituzione di potere che torna ad essere semplicemente un mestiere. Occorre fare i conti con la sopravvivenza, le bollette della luce, i costi dei provider e le ingiunzioni di sfratto. Caduto l’Olimpo, si torna faccia a faccia con la mortalità. Anche gli argomenti di cui si parla e si scrive, i metodi di trattazione, la retorica di persuasione, diventano oggetto di mercimonio. È il mercato, bellezza.
Se l’onestà intellettuale non è più scontata, allora lo stesso statuto deontologico deve essere oggetto di dibattito. Si possono creare delle aree protette? Si può istituire un WWF per i temi che non devono essere svenduti, una protezione animali per i metodi di indagine e di resoconto che non devono essere violentati? Il criterio può essere la prostituzione dello spettacolo o della tecnologia per preservare la purezza della testimonianza politica ed economica?
In Italia siamo all’avanguardia nel mercimonio delle notizie: potremmo essere quindi noi ad aprire un dibattito serio sulla questione. Magari partendo dal ruolo del native advertising per la sopravvivenza dei giornali – e possibilmente evitando di sostenere che si tratti del nipote di Mubarak, secondo le migliori abitudini nazionali.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Linkiesta

Related Posts

Leave a reply