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La pillola blu di Zuckerberg

La pillola blu di Zuckerberg

Se il futuro bussa alla porta, Zuckerberg risponde. E apre il portafoglio, comprandosi per 2 miliardi di dollari (400.000 cash e gli altri in azioni di Facebook) la startup più cool sulla piazza. Si tratta di Oculus VR, produttrice di un headset per la realtà virtuale che sta facendo parlare molto bene di sé. La compagnia fondata nel 2012 non lo ha ancora commercializzato, però ne è già stato distribuito un modello sperimentale a qualche decina di migliaia di sviluppatori. La sua seconda versione, con un design più curato e una maggiore definizione, è stata presentata quest’anno al CES.

Sono giorni molto eccitanti nel (non più) piccolo mondo degli appassionati di realtà virtuale. Solo settimana scorsa anche Sonyha presentato il prototipo del suo headset. Si chiama Project Morpheus e il design è tanto evocativo quanto il nome, che ricorda sia la divinità greca del sonno, sia il personaggio di Matrix che strappa Neo dalla realtà fittizia creata dalle macchine per illudere gli esseri umani.

La sfida in questo campo fino a ieri sembrava essere tra una startup – Oculus – e una multinazionale con un business stabilito da anni nel mondo dell’intrattenimento videoludico – Sony. Ora il gioco ha assunto tutte nuove proporzioni. Zuckerberg vuole un Facebook a tre dimensioni e stanze in cui potrete incontrare i vostri amici, trasformando un’esperienza di nicchia e abbastanza solitaria come quella di un videogiocatore che naviga e agisce in un mondo tridimensionale fittizio in qualcosa che qualsiasi persona media della nostra società si troverebbe, in teoria, a fare.

Nel giro di una settimana dunque, l’idea di un dispositivo per simulazioni immersive in ambienti digitali è passata da essere una stramberia per geek al rappresentare la nuova frontiera delle tecnologie di comunicazione. La tecnologia videoludica definitiva è ora nelle mani di Facebook, il social network che ha fatto diventare Internet mainstream. È come se la vostra punk band preferita avesse appena annunciato di registrare il prossimo disco con il produttore di Britney Spears. Si potrebbe sospettare che qualcosa non va.

E infatti la comunità di microfinanziatori che aveva supportato Oculus giusto un paio di anni fa ha fatto sentire la sua voce: in molti nei commenti sulla pagina di Kickstarter hanno affermato che non avrebbero finanziato la compagnia se avessero saputo che le cose sarebbero finite in questa maniera. Strano a dirsi, ma a molti il buon Zuck non sta molto simpatico.

Oculus VR nasce nel 2012 ed emerge dall’anonimato con una fortunata campagna su Kickstarter. Come fa notare Quartz, si tratta della prima compagnia nata grazie al social network del crowdfunding a raggiungere una quotazione multimiliardaria. Tuttavia l’acquisizione di Facebook arriva dopo che Oculus aveva ricevuto già molti finanziamenti da venture capitalist. Eppure i fan della prima ora si stanno rivoltando. In effetti Zuck si è comprato l’intelligenza collettiva e la fiducia di centinaia di investitori iniziali, che avevano finanziato il progetto. Tutte queste persone non hanno nessun diritto legale su Oculus, ne hanno forse uno morale? Ma soprattutto come poter biasimare Zuckerberg? Quale geek con tutti quei soldi a disposizione non si sarebbe tolto uno sfizio del genere, comprandosi l’azienda che produce il dispositivo che è il gadget più futuristico del momento?

2 miliardi di dollari sono un bel po’ di soldi per un’azienda che non ha ancora un prodotto sul mercato, ma sono una cifra ridicola per la piattaforma tecnologica del futuro. Zuckerberg ha detto di essere convinto che la realtà virtuale sarà la prossima grande rivoluzione nel mondo della tecnologia. L’esperienza immersiva della realtà virtuale potrebbe diventare la nuova piattaforma di comunicazione, così com’è stato il mobile negli ultimi 5 o 6 anni e prima ancora la connessione a Internet via desktop.

Rimangono da capire un bel po’ di cose e a breve la realtà virtuale potrebbe diventare un mezzo flop come gli occhiali 3D, che anche se possono funzionare in qualche film, certo non rappresentano una rivoluzione definitiva. Facebook vuole integrare Oculus nel suo core business o invece lo manterrà come un sistema separato che integra il social network come grafo sociale degli amici nei giochi come ora? La tecnologia evolve veloce, con sempre nuove applicazioni e servizi che promettono di cambiare le nostre vite, tuttavia la realtà virtuale che entro qualche mese sarà alla portata del consumatore occidentale medio può essere – Zuckerberg dixit – il prossimo passo in cui si dirigono le tecnologie di comunicazione. Sarà Facebook a traghettare il pubblico di massa negli universi alternativi che stanno per aprire i loro sfavillanti e sintetici cancelli?

La tecnologia digitale è sfuggita dai computer e sta tentando di invadere il mondo. Come gli schermi touch hanno spalmato i mouse sugli schermi, ora gli schermi stanno per essere spalmati nei nostri occhi. Mentre il confine tra mondo virtuale e digitale (se mai è esistito) ora sta diventando sempre più sfumato, le nostre menti sono più interessate ai bit sugli schermi che agli atomi fuori dalla finestra. La cosa strana dunque non è che il fatto che l’essere mainstream di Facebook in qualche modo inquina lo spirito pionieristico di una realtà underground come quella di Oculus. Non è questo il punto. Il fatto che l’innovazione, almeno a livello di prodotti di consumo, sia guidata da una manciata di multinazionali dell’hardware e del software non sorprende più nessuno. La stessa Oculus ha affermato nel suo comunicato (giustificandosi tra le righe) che l’acquisizione permetterà una altrimenti impossibile accelerazione e miglioramento del prodotto.

Che differenza c’è tra un videogioco come GTA e la realtà virtuale, oltre al fatto che l’interfaccia non è un televisore ma qualcosa che ci viene spalmato sugli occhi. Che cos’è una realtà? Qualcosa che più di una persona può sperimentare contemporaneamente.La differenza è l’immersività. È fondamentale che la percezione del mondo virtuale si sovrapponga del tutto alla nostra percezione abitudinaria. Vedere il tappeto con la coda dell’occhio mentre si gioca o si interagisce nel mondo virtuale, inficerebbe in buona parte la credibilità dell’esperienza. Zuckerberg vede nella realtà virtuale la prossima piattaforma tecnologica su cui si sposterà l’innovazione. Ma la realtà virtuale non è affatto qualcosa di nuovo, è un sogno antico. Un sogno che oggi è tecnicamente realizzabile, ma che affonda le sue radici in tempi più antichi di quello che si può pensare.

Google è partito alla conquista del mondo reale: robot, internet delle cose, una ricerca sempre più dettagliata e personalizzata. Facebook sembra avere mete ancora più ambiziose. Dopo aver mappato le relazioni sociali di circa 1/6 della popolazione mondiale, mette la sua bandierina blu in un territorio del tutto nuovo. Un business ancora più grosso: quello della realtà. O almeno della sua imitazione binaria. Un mondo fenomenicamente simile al nostro, ma fatto di bit e non di atomi, costruito attorno a un grande deus ex machina digitale, che trattiene i fili e la coerenza del mondo fittizio. Mentre la nostra attenzione è sempre più fissa sugli schermi e le interfacce, le nostre menti fuggono dal reale per tuffarsi nel rassicurante mondo di Candy Crush, le timeline di Facebook, i messaggi di Whatsapp. Ora la tecnologia è pronta per inghiottire anche la nostra percezione facendosi infilare la testa in un casco.

Fino a pochi anni fa, le realtà alternative era qualcosa di cui parlava la religione. O Timothy Leary. Oggi è la nuova scommessa di Zuckerberg. Una delle cose se mai inquietanti è che il prossimo passo dell’evoluzione della tecnologia dipenda in larga parte dal giovane CEO di Facebook, un personaggio che sta diventando sempre più influente a livello globale. Internet è stato qualcosa che si è sviluppato in modo imprevisto e incontrollato anche perché privo di una gerarchia e basato su di una infrastruttura tecnologica molto flessibile. Se davvero la prossima tappa del percorso consiste nei mondi digitali della realtà virtuale, il rischio è che questi siano proprietari e fortemente gerarchizzati.

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