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Il giornalismo ci rende stupidi?

 

Larry Page racconta che per lui e per il suo socio Sergey Brin, mentre stavano progettando la prima versione di Google, Yahoo! rappresentava la piattaforma di riferimento nel calcolo della rilevanza. Nel 1998 il portale era dominato da una directory che mostrava l’indice di tutto quello che di interessante si poteva trovare in Rete. Questa guida per i naviganti era compilata da una redazione popolata da esseri umani, che guardavano i siti, li recensivano e li classificavano nel glossario pubblicato sulla home page. Di conseguenza si poteva essere sicuri che le pagine linkate da Yahoo! incarnassero sul web i luoghi apicali per competenza e influenza per ciascuno dei temi elencati nella directory. Esiste ancora uno spazio per l’autorevolezza delle indagine eseguite e verificate a mano?
Google da più di un anno dichiara di voler collaborare a costruire una Rete dell’autorevolezza, rendendo Internet un luogo in cui gli utenti possano comprendere qual è il grado di validità delle informazioni che raccolgono. La ricetta proposta da Mountain View conta su un agente capace di garantire l’accuratezza dei risultati: un software che vede tutto, registra tutto, confronta e pesa tutto. Le risposte su cosa sia vero e su cosa interessi al pubblico – sia nel senso collettivo di cosa deve essere rilevante per tutti, sia in quello distributivo di cosa muove le corde sensibili di ciascuno – può emergere solo dal lavoro dell’intelligenza artificiale.
Sembrano essere molti quelli che concordano con il punto di vista di Google. Il successo delle piattaforme di curation è un incentivo a ritenere che i software se la cavino meglio degli editori nel selezionare le notizie che sanno attrarre l’attenzione dei lettori – e che sanno alimentare un modello di business che aspiri a generare profitti. Pulse, Zite, Flipboard, sono i nomi di alcune piattaforme di successo per l’aggregazione e la selezione personalizzata delle notizie che hanno riscosso un grande consenso presso il pubblico online, in particolare sui dispositivi mobili. Nessuna di loro è nata dall’intuizione di un editore.
Visto che le software house sono riuscite laddove chi aveva esperienza di giornalismo e di redazione non ha saputo innovare, l’ultima impresa di Jason Calacanis è stata quella di lanciare un’app che integri il valore della selezione umana con quella automatica dei meccanismi di curation. Il servizio è ancora in fase beta e si chiama Inside. Un dispositivo molto simile è stato allestito anche da Facebook, con il nome di Paper, ed è già disponibile per i cellulari con sistema operativo iOS.
L’applicazione sintetizza il contributo della componente artificiale e biologica dell’intelligenza. Come in un cocktail, due parti vengono dal software e una parte dal contributo umano: la preminenza sta comunque sempre dalla parte di chi ha dimostrato di poter vincere nell’arena dei modelli di business. L’assunto è che i lettori web abbiano pochissimo tempo e che il volume delle informazioni sia troppo ampio: la variante cibernetica del mottol’arte è lunga e la vita è breve. L’obiettivo è quello di servire agli utenti dell’applicazione un estratto delle notizie del giorno, ognuna delle quali sia illustrata da una sintesi non più lunga di trecento battute. In questo modo il povero lettore frastornato dal turbinio della vita moderna (Ernesto Calindri docet) può compiere una ricognizione a volo d’aquila su tutto quello che può interessarlo, e immergersi nella comprensione approfondita soltanto di quello che lo ha colpito di più, senza trascurare una conoscenza di sfondo di tutto il resto.
Una parte della selezione delle notizie viene assicurata dalla redazione umana; un altro segmento della scelta viene compiuta dal software di curation, che crea un profilo degli interessi di ciascun utente sulla base dello storico dei clic; infine, una terza componente proviene dal social reading, con il setaccio delle preferenze accordate dagli amici con i like sugli articoli che compaiono sulle bacheche di Facebook e di Twitter. Il rullo di informazioni che viene compilato da questa varietà di antologie assicura a ciascun lettore l’unicità di composizione del suo quotidiano personale, con l’aggiunta della nota di serendipità che proviene dal versante biologico del lavoro di collazione.
Nel progetto di Calacanis le macchine fanno il lavoro serio, agli uomini tocca il presidio della casualità. Non è dal loro contributo che si attende l’adozione di massa dell’app. Il secondo esperimento di vasto respiro che ha suscitato il dibattito degli analisti in questi giorni è quello annunciato da Ezra Klein, che lascia il suo incarico di data journalist al Washington Post, per  coordinare un nuovo progetto presso VoxMedia. Il Gruppo editoriale Vox include già diverse testate verticali di successo, tra cui spiccano The Verge per i cultori della tecnologia, SB Nationper i tifosi sportivi e Polygon per gli appassionati di videogiochi; secondo Fortune il network di giornali nella sua totalità è stato frequentato nel corso del 2013 da circa 57 milioni di utenti unici.
Il CEO di Vox, Jim Bankoff, ha dichiarato di aver pronto un investimento di dieci milioni di dollari sul piano di Klein: l’innovazione sulla quale tutti sembrano essere pronti a scommettere è un formato della notizia che non isoli il racconto dell’episodio di attualità da una contestualizzazione enciclopedica dell’informazione. La promessa che viene formulata nei confronti del pubblico (e degli investitori) è che la struttura stessa del prodotto mostri una capacità inedita di approfondire il contenuto e di immergerlo nella rete delle nozioni che lo riguardano: solo così l’utente può attingere ad una comprensione reale dei fenomeni di politica e di economia che lo assediano da tutti i lati, senza che sia nemmeno in grado di accorgersene.
Il progetto di Klein sembra il rovescio perfetto di quello di Calacanis: oppone l’ampiezza dell’offerta informativa alla sintesi delle 300 battute, impone la personalità dei giornalisti al calcolo software della profilazione. Lo scetticismo di David Carr sulla prospettiva di Klein è dettata proprio dal ruolo che dovrà giocare la tecnologia nella nuova testata. Il primo esame che il profugo dal Washington Post dovrà affrontare è l’applicabilità del modello di business fondato sulla raccolta pubblicitaria alla sua testata. The Verge e SB Nation hanno costruito il loro successo di pubblico inventando uno storytelling che si avvantaggia di tutti i dispositivi digitali che rendono più divertente l’interazione: meno parole, più figure, più effetti e più movimento. Si sa, il pubblico è un po’ bambino, e se si vuole far crescere la sua coscienza civile non lo si può fare tutto in una volta. L’aspetto ludico può essere conservato quando si devono ottenere i risultati da presentare agli investitori: tante pagine viste, tanti dollari in annunci pubblicitari.
«La tecnologia non è il gregario, è il campione» nel giornalismo online. Così parlò David Carr. La qualità non può contare solo sugli uomini, perché agli inserzionisti piace ottenere garanzie sulla visibilità dei loro prodotti e del loro brand. Ma gli indizi lasciano pensare che l’essenziale non sia sfuggito a Ezra Klein. Le prime testate cui ha proposto la presentazione del nuovo progetto sono BuzzFeed e The Verge, pionieri del native advertising: qualunque sia la tecnologia e la qualità del prodotto, il formato della comunicazione pubblicitaria deve essere ripensata in modo radicale.
Il modello che impone di rincorrere l’incremento delle pagine viste per vendere più banner e battere cassa sembra non voler fare i conti con due evidenze: il costo della produzione cresce con l’aumento delle visualizzazioni mentre il prezzo unitario delle inserzioni continua a scendere. Come su un tapis roulantgovernato dal destino cinico e baro, si corre sempre più in fretta per rimanere fermi allo stesso punto. Lontani dal pareggio in bilancio. Carr sostiene che siamo nel bel mezzo di una bolla dei giornali online, alimentata da questa distrazione fatale: l’apertura di nuove testate digitali va incontro ad una probabilità a priori di disastro commerciale quasi sicura, se non si propone una domanda sulla qualità – e su un modello di business accettabile. E, a suo giudizio, le domande di questi tempi scarseggiano.
Con il redesign del sito, il New York Times ha introdotto ancheun programma di native advertising, sfidando l’opinione contraria della direttrice Jill Abramson. Dell è il primo partner dell’operazione e il brand figura nell’esergo delle pagine che ospitano i contenuti sponsorizzati: «Paid for and posted by Dell». Il contributo dell’inserzionista è contornato da una cornice blu, e la URL aggiunge un secondo livello con la dichiarazionepaidpost.nytimes.com.
Con questa formattazione della pagina il New York Timesintende ottemperare alle direttive dello IAB sul native advertising, pubblicate lo scorso dicembre, che prevedono una doppia articolazione con il contesto di pubblicazione. Da un lato questa forma di comunicazione promozionale richiede un’integrazione formale e funzionale con gli altri contenuti del sito ospite tale da impedire qualunque discontinuità nell’esperienza di navigazione e di lettura dell’utente. Sotto questo punto di vista il visitatore dovrebbe essere accompagnato a perseguire le stesse finalità che lo conducono sulle altre schermate della testata, eseguendo lo stesso tipo di compiti. Se il lettore si trova su un giornale online, il native advertising deve proporre articoli con notizie sui fatti di attualità come le altre pagine della testata. Al contempo però lo IAB esige che i contenuti sponsorizzati siano identificabili in modo intuitivo e sicuro da parte dell’utente.
Questo requisito dovrebbe risparmiare il ripetersi in futuro di episodi come quello dell’apologia di Scientology pubblicata daThe Atlantic poco più di un anno fa. La più discussa Chiesa d’America ha finanziato (e redatto) un’agiografia della sua missione e del suo leader David Miscavige, lunga sette cartelle e arricchita di tredici immagini; l’unico dettaglio che avvisava gli utenti della natura commerciale del testo era un’etichetta gialla collocata in alto a sinistra con la dichiarazione «sponsor content». Troppo poco per placare le furie dei lettori e la diffusione di parodie contro la testata, come quella di BoingBoing. Alla fine The Atlantic ha ritirato il pezzo, e lo ha sostituito con le scuse della direzione, insieme all’ammissione che la strada verso un nuovo modello di business è irta di insidie. L’ansia è tanta e la carne è debole.
Ma anche se si supera lo scoglio della verità e quello dell’identificabilità dei contenuti pubblicati, il native advertising introduce un altro problema, più sotterraneo, che minaccia l’autorevolezza delle testate che lo ospitano. Lo ricorda il caso di Mike Allen e della newsletter Playbook inviata in abbonamento agli uomini più influenti negli USA. Alla sponsorizzazione di contenuti per una settimana corrisponde un premio di 35 mila dollari, che le imprese versano volentieri per finire sulle scrivanie digitali dei dirigenti pubblici e privati che assumono decisioni su cifre da nove zeri. Allen compila di persona tutti i contenuti della newsletter, assicurando la qualità della sua penna anche sui pezzi finanziati dagli inserzionisti. Il problema è che la sua riconoscenza non scade al termine del contratto commerciale: chiunque abbia dato prova della propria generosità può contare su un trattamento di favore ad oltranza, con una copertura sistematica delle sue gesta a vantaggio della patria, di Dio e dell’onore – o meglio ancora, con l’oblio delle sue nefandezze contro uomini e natura, come è capitato alla BP nel Golfo del Messico. Chi incontra Allen, sborsa un tesoro e trova un amico.
Il caso di Mike Allen, e della testata Politico che lo ha assunto, vanta un significato esemplare a causa dell’autorevolezza del giornalista e del giornale. La minaccia è reale. Il native advertising è una prospettiva rilevante per la costruzione di un modello di sostenibilità delle testate online; ma il suo prezzo sembra incidere sull’autorevolezza della testata, laddove la descrizione (vera) degli investimenti di BP in America serve a non parlare del disastro ambientale davanti alle coste della Florida. L’autocensura non è un meccanismo di falsificazione meno grave dell’alterazione dei dati di un fatto. In fondo la contraffazione è più o meno visibile secondo quanto è ampia la cornice: se la si restringe all’investimento di oggi pomeriggio, non la si scorge, se la si allarga alla ricostruzione dell’intera catena del valore di BP negli USA, appare in tutta la sua evidenza.
L’alternativa al requisito umano troppo umano di ricevere uno stipendio a fine mese e di pagare i costi fissi della redazione è la soluzione di Google. Dove non è il giudizio di rilevanza di una redazione a funzionare come un criterio di selezione, lo sostituisce quello di un software. Se mi occupo solo di Milan, codice PHP e social media, la mia possibilità di attingere ad una fonte che mi parli di BP è stroncata sul nascere. Si chiama filter bubble, si leggemondo dei Mini Pony: l’allucinazione di una realtà disegnata a mia immagine e somiglianza. Calacanis può intervenire in angolo convocando la serendipità della redazione che ha trecento battute di spazio (leggi: di tempo) per afferrarmi prima di prendermela con Balotelli o con la nuova app di Facebook. Anche in questo caso le probabilità a priori giocano tutte contro la coltivazione di qualunque coscienza civile – o anche solo moderatamente incivile, sapremmo accontentarci. D’altra parte Calacanis ha fatto i suoi conti, e ha già annunciato che Inside obbedirà ad un modello di business fondato sul native advertising.
Facciamocene una ragione, e subito dopo passiamo alla sua critica: il giornalismo digitale ci rende stupidi?

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