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Gratis: la parola che gli scrittori odiano

Gratis: la parola che gli scrittori odiano

«Non mi pagano, lo faccio per la visibilità». È ciò che ogni freelance si è abituato a rispondere a chi gli domanda: «Bello, fai il giornalista. Quanto ti danno?». Purtroppo con la visibilità, per ora, non ci si va al ristorante. Anche le compagnie aeree preferiscono ancora le carte di credito. Ma se un tempo lavorare gratuitamente per un breve periodo era una delle possibilità per accedere alla professione, oggi è l’unico canale d’accesso. Ironicamente, quella frase d’apertura, è la stessa scusa retorica di chi commissiona gli articoli: la vetrina promozionale per esporre il nuovo giornalista, quello che vive di sguardi, non di bollette e conti da pagare. È diventato un modo per evitare di pronunciare quella parola che nessuno vorrebbe dire o sentire, quella che è tanto bella quando stai dalla parte del cliente, ma quando sei il produttore suona come una sconfitta: gratis. Suona come: lo faccio ma non ci sono portato.

In una vecchia intervista della Paris Review chiesero a Dorothy Parker, brillante scrittrice del New Yorker, quale fosse la fonte della sua creatività. Lei rispose: «Need of money, dear». Era il 1956. Non c’erano Google News, Facebook, Twitter. Quando si aveva voglia di leggere una notizia, o una storia, c’era un solo luogo in cui trovarla, ed era il giornale. Oggi i contenuti trasbordano da ogni timeline, qualcuno direbbe che sono liquidi. Le categorie professionale vs. amatoriale, e istituzionale vs. grassroots, non sono più delle opposizioni significative, almeno negli articoli canonici (il testo che leggo su una bacheca vale meno di quello che leggo sul Corriere? E se l’autore è lo stesso e dice le stesse cose in modo leggermente diverso?). L’Huffington Post è un blog da Pulitzer, i giornalisti scrivono sulle proprie bacheche quel che poi riscriveranno sui giornali (e che magari hanno letto su un tweet), e le opinioni si sono trasformate in giornalismo da prima che potessimo lamentarcene con hashtag. La vera differenza in questo secolo tra fare il giornalista e scrivere per hobby è nella domanda che certamente ci farebbe la Parker se fosse viva: caro, ti pagano o no?

In Italia come negli Stati Uniti stiamo attraversando una crisi istituzionale dell’editoria. Da una parte ci sono i modelli di business sperimentati di Forbes, Gawker, Quartz e BuzzFeed, ovvero ciò che Lewis Dvorkin, CPO di Forbes definisce Brand Journalism: post sponsorizzati, native advertising, content curation e social advertising. E appartengono all’idea di brand come editore. Poi ci sono i classici esempi di paywall, per quelli che se li possono permettere, cioè che hanno un pubblico disposto a pagare (New York Times, Times, Wall Street Journal, Financial Times — dev’esserci qualche relazione tra il tempo e i soldi che ci sfugge), finanziatori che sostengono il tuo lavoro (ProPubblica). Poi ci sono quelli del tutto gratis, ma un costo c’è.

Quando la freelance Francesca Borri si lamenta sulle colonne del Guardian del suo basso compenso italiano per un’inviata in Siria, non è diversa da Nate Thayer. Chi è Nate Thayer? È un giornalista freelance di sessantatrè anni. Nella sua carriera si è occupato di crimine organizzato, narcotraffico, diritti umani e conflitti militari; ha anche intervistato PolPot in Cambogia. Non è un novellino. A marzo l’Atlantic gli ha proposto di ripubblicare un suo pezzo, già su NKNEWS, in cambio non di denaro ma di visibilità: «Purtroppo non possiamo pagare, ma raggiungiamo 13 milioni di lettori mensili» e «alcuni giornalisti usano la nostra piattaforma come un modo per ottenere una maggiore esposizione per qualunque obiettivo professionale», ha specificato la global editor di Atlantic, Olga Khazan nello scambio di mail che Thayer ha reso pubblico per raccontare lo stato del mestiere nel 2013. Thayer ha rifiutato l’offerta. Ha risposto che non era interessato a offrire gratuitamente il suo lavoro a un giornale che avrebbe fatto profitto con i contenuti di sua proprietà (intellettuale): «Non ho bisogno di visibilità. Quel di cui ho bisogno è pagare il mio cazzo di affitto e dar da mangiare ai miei figli», ha detto Thayer al New York Times.

Non è sempre stato così.Thayer ha spiegato che anni prima gli era stato offerto un lavoro proprio all’Atlantic: scrivere sei articoli l’anno a 125 mila dollari, con la possibilità di ripubblicarli altrove. Oggi scrocca la connessione internet dei vicini e viene considerato un blogger che non porta traffico, e quindi conta poco nell’economia del giornale che, pur riconoscendogli qualità, non intende pagarlo. Cos’è successo in questi anni per cambiare così tanto la situazione? Dove si è spostato il valore?

 

Giornalismo come classe cool vs darwinismo

La più cinica delle risposte sarebbe che se a 40 anni non sei riuscito a comprarti un letto e dormi ancora sul futon, e non hai mai considerato di cambiare lavoro, forse è un po’ anche colpa tua. Ma non è così semplice. C’è chi ha iniziato guadagnando, in una situazione storica in cui la professione stava bene, e si è successivamente ritrovato in un sistema sulla via del fallimento. C’è un altro tipo di giornalismo, quello di inchiesta e reportage, che porta via molto tempo, risorse e soldi (chi lo sa fare viene pagato per mesi di lavoro per un solo servizio). @Laura Eduati, freelance e collaboratrice dell’Huffington post, dice: «C’è una grossa mistificazione. Si pensa che siccome fare il giornalista è figo, allora lo si può fare gratis. È una torsione della realtà, perché l’equivoco sta proprio sulla locuzione ‘fare il giornalista’. Per moltissimi significa sfornare opinioni su fatti di vario tipo (specialmente costume e politica) mentre questo è soltanto un punto di arrivo per alcuni percorsi giornalistici. La realtà del giornalista è molto meno fica, ed è un lavoro duro e a volte noioso. Ma va pagato, perché è lavoro!». Anche @Antonio Mancinelli, caporedattore di Marie Claire, considera il lavoro gratuito una stortura del sistema, secondo lui dovuta al fatto che c’è una saturazione della scrittura online: un blog per ogni pensierino. Racconta che quando ha iniziato era molto diverso: «All’inizio c’era l’idea della professione come una classe irraggiungibile, fatta da quelli bravi. L’obiettivo di tutti era firmare i propri pezzi, e si lavorava molto per raggiungerlo. Si veniva sempre pagati, poco magari, ma sempre». Viene il dubbio che farsi pagare, oggi, sia una parte importante del mestiere. @Andrea Minuz è un docente di cinema all’Università di Roma, scrive articoli culturali: «Penso che nessuno dovrebbe chiedere di scrivere gratis a chi ha più di trent’anni, a meno che non sia un amico che ti fa un favore, o uno ricco di famiglia che scrive per hobby. Penso che però farsi pagare oggi sia un’arte. E il processo è vasto, radicato in tutti i settori. Non riguarda di certo solo il giornalismo. Fare ricerca in università, ad esempio nel campo umanistico, non significa più metterti a studiare quello che ti piace in sprezzo del mondo reale lì fuori. Devi essere anche bravo a trovare finanziamenti. Spesso quelli che si lamentano di essere sottopagati o non pagati nell’università pubblica sono gli stessi che non vogliono che Prada finanzi un progetto di ricerca sul product placement del made in Italy nel cinema italiano contemporaneo, perché credono ancora nella contrapposizione tra cultura e profitto. Contrapposizione che fa comodo proprio a quelli che non ti pagano i pezzi che scrivi».

 

Giornalisti Cast Away

È una giungla, dove devi scegliere in quale punto della catena alimentare collocarti, o è un’isola deserta, dove sei solo e devi imparare a sopravvivere? Chi accetta compromessi abbassa il costo del lavoro per tutti, o consente ai giornali di rimanere aperti e quindi di pagare anche gli stipendi dei garantiti? E la colpa è dei media, come sostiene @Vittorio Zincone (autore TV, Sette Corriere): «Il problema non è di chi accetta di lavorare gratis, ma di chi non retribuisce, o sottopaga, il lavoro dei propri collaboratori», o di entrambe le parti come sostiene @Laura Eduati: «Si crede che siccome c’è tanta disoccupazione allora ci sono più persone pronte a farsi sfruttare. No, secondo me non è così. Secondo me i media ci marciano, sanno di avere tra le mani collaboratori bravi (infatti li tengono per molto tempo senza fare contratti) ma li pagano una miseria. Dunque la palla passa a questi collaboratori bravi: perché accettano questo trattamento?». L’ho chiesto a un giornalista che vuole rimanere anonimo, e mi ha risposto così: «Ho trentacinque anni,  lo faccio perché al momento non ho altro e non vedo altre prospettive. Ma non dico sia bene aspettare e neppure che ho il fuoco sacro del giornalismo. Semplicemente spero di poter mettere a frutto qualche mia qualità in questo campo e al momento non vedo situazioni floride attorno. Delle battaglie di principio mi sarei anche rotto il cazzo. Ne ho passate di ogni: da Repubblica, all’Unità a Liberazione, quasi sempre precario». Forse è anche una legge di mercato: se hai dei bravi giornalisti che ti costano poco li tieni perché cercarne altri ti costerebbe più tempo e fatica, ma non necessariamente perché ti fidi di loro. Vista in questa prospettiva c’è molto meno speranza. Quando il prezzo dei collaboratori scenderà ulteriormente non si faranno problemi a sostituirli, perché la qualità non è l’unico parametro.

 

Giornalisti giovani, carini e sottopagati

C’è un prima e un dopo. Nel prima ci sono i garantiti, quelli a cui un finanziamento e una rendita non si negano. Poi la saracinesca si chiude, e tutti quelli rimasti fuori devono lottare. @Davide Piacenza: «Direi che più che ai ragazzi come me che iniziano e faticano a remunerare bisognerebbe guardare a chi dopo anni di professione è ancora precario. Come molte altre cose italiane, a quel punto il discorso si sposta su un sistema diviso tra iper-tutelati e non tutelati affatto».

Ci sono le nuove leve e chi si è trovato a trentacinque/quarant’anni in una situazione del tutto mutata rispetto a quando ha iniziato. Se per questi ultimi è una questione di etica, per i primi lavorare gratuitamente è accettato come un percorso obbligato, come dice @Vittorio Zincone: «Oggi il precariato e l’assenza di prospettiva contrattuale è considerata la normalità». @Pietro Minto, redattore di Rivista Studio: «Credo che il problema dello scrivere gratis non sia drammatico nella prima fase: gli aspiranti giornalisti sanno che dovranno farlo, almeno per un po’. Lo stato del settore e il momento storico lo impongono. Sarebbe poi perfetto se, a un certo punto, il passaggio fosse assicurato: cioè se una volta finita la gavetta gratuita, i pagamenti — per quanto esigui, certo — fossero garantiti. Immaginando un mondo ideale, direi comunque che scrivere aggratis – per farsi le ossa e una reputazione — è uno step necessario e non immorale. Nuovo, forse, ma nulla di più». Secondo @Davide Piacenza (Rivista Studio) la questione è semplice: «in un mercato in cui la domanda è così contratta, è naturale che, scegliendo questo mestiere, si debbano mettere in conto una serie di sacrifici. Personalmente — pur non avendo ancora ricavato nulla dal mio lavoro — non credo al racconto iper-manicheo di sfruttatori e sfruttati: in questo momento il proprio valore va giocoforza innanzitutto dimostrato (cosa che ovviamente non esclude casi di scorrettezza e comportamenti deplorevoli). Anche @Simone Trebbiclasse ’91, freelance (Repubblica, Il Foglio) vede positivamente un iniziale periodo gratuito come vetrina: «Diciamoci la verità: alla fine chi è capace risalta sugli altri, c’è poco da fare ed è giusto che sia così. Quando puoi chiedere di essere pagato? Mai. Chi ti fa cominciare in maniera gratuita non ha alcuna intenzione di pagarti. Tu te ne andrai e verrai rimpiazzato, come il pezzo di una meravigliosa catena di montaggio».

 

Giornalismo come business e mestiere

C’è da chiedersi: se non fa profitto perché non staccare la spina? Se riesci a vendere il prodotto dovresti guadagnare abbastanza da pagare chi lavora per te e ti assicura una qualità di contenuti, secondo @Stefano Ciavatta, (Europa): «La prima cosa di cui un neodirettore dovrebbe dotarsi non è un socialmedia manager ma un account marketing per trovare i soldi per poter pagare chi scrive. Poi c’è anche chi scambia lo scrivere gratis per una professione di fede verso la testata con cui collabora. A livello amatoriale può andare ma se i lettori latitano e i compensi pure che senso ha dare vita a un progetto professionistico?». Il giornalismo sembra non essere più in grado di essere un mestiere, ma quando scade il periodo in cui capisci se hai fatto tutto il possibile, nel momento in cui te ne rendi conto, sei disposto a lavorare gratuitamente? @Davide Coppo(Rivista Studio): «Non lavorerei mai gratis. Un po’ perché ho la fortuna di farmi pagare da quando avevo vent’anni (non come redattore, ma in altri lavori se vuoi più umili ma che non fanno venire il mal di schiena e il mal di testa). Un po’ perché se non riesco a vivere di scrittura, o di giornalismo, semplicemente cambio lavoro, me ne cerco un altro, e magari intanto continuo a cercare collaborazioni». Collaborazioni pagate poco, per persone e progetti che stimi. Anche @Edoardo Camurri, autore televisivo, giornalista e conduttore ha un’idea simile: «La mia idea è greca.  Per fare il lavoro culturale uno deve fare un altro lavoro che lo mantiene in modo da garantirsi libertà e indipendenza. Vivere con l’intelligenza è una contraddizione in termini come sanno tutti coloro che sanno (dai tragici greci a Leopardi, da Buddha da Nietzsche, eccetera). Vi è incompatibilità di fondo tra vita e intelligenza della vita. Io infatti che sono scemo provo a mantenermi con un lavoro intellettuale. Questo comporta un abbassamento generale del livello culturale. Insomma bisogna fare un altro mestiere».

 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Linkiesta

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