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Anche Google si è stancato della pubblicita sul web?

Anche Google si è stancato della pubblicita sul web?

Chi rompe paga e i cocci sono suoi, dice la saggezza popolare. Ma questo su internet non vale. La pubblicità sul web si è rotta. E ora Google, il principale responsabile del disastro, si offre generosamente di raccoglierne i pezzi. A spese degli utenti e a suon di microtransazioni.

Giovedì è stato infatti lanciato un nuovo servizio sperimentale, Google Contributor. L’idea ha certamente il suo fascino e si può riassumere così: sei stufo della pubblicità sul web? Con qualche spicciolo puoi avere il lusso di non vederla più, almeno sui siti che scegli di sostenere.

L’aspetto interessante dell’iniziativa è quello di offrire a coloro che producono contenuti un modo di monetizzare attraverso i lettori più affezionati. Questi ultimi, come contropartita, possono usufruire di una user experience che non sia sporcata dagli annunci di AdSense, la piattaforma di Google che permette a moltissimi siti web di raccogliere gli introiti provenienti dal traffico che riescono a generare. Al posto degli annunci verrà visualizzata una più neutra immagine pixelata. La piattaforma per ora funziona solo su invito e coinvolge alcuni partner come Mashable e The Onion. Se volete tutti i dettagli potete leggervi questo articolo di Mathew Ingram, che fa il punto della situazione.

Non è chiaro se si tratta di una nuova trovata geniale in grado di dare una ripulita alle affollate tab dei nostri browser (permettendo a coloro che riescono a guadagnare la fiducia del loro pubblico di intascare qualcosa) oppure di una implicita ammissione di colpa. Un po’ entrambe le cose. Certamente è un tentativo di superare un modello di business che sta mostrando tutti i suoi limiti e che, tra l’altro, a livello di guadagni effettivi funziona solo per Google e pochissimi altri. L’idea di sostenere direttamente i siti che più apprezziamo è, bisogna ammetterlo, una buona idea e potrebbe diventare un’alternativa che i lettori più affezionati sarebbero felici di adottare.

Viene però il dubbio che si tratti della versione aggiornata di una pratica tanto antica quanto complice di un meccanismo ricattatorio: pagare per non essere disturbati. A pensar male si potrebbe dire che Google stia adottando la strategia di coloro che chiedono l’elemosina in modo insistente, a cui spesso si finisce per concedere l’agognata monetina proprio per levarseli di torno. Ma, come sempre d’altronde, il lato positivo e quello negativo della medaglia non possono essere presi se non assieme. Resta però la sensazione che Google abbia l’enorme vantaggio competitivo di poter fare il bello e il cattivo tempo a seconda delle scelte arbitrarie che decide di volta in volta di adottare.

Che la pubblicità sul web abbia qualcosa che non funziona proprio alla perfezione non è un mistero. Tanti guadagni per pochissimi con un solo attore che drena da ogni microtransazione il suo obolo. Parametri assurdi di calcolo dei guadagni hanno reso buona parte del web una gigantesca macchina di sensazionalismi e notizie vuote alimentate da clickbait ed escamotage di bassa lega che sfruttano la nostra insaziabile curiosità. La fame da click ha reso chiunque pubblichi un contenuto sul web una specie di tossico da pageview, perché questo è il parametro su cui si gioca (quasi) tutto il business del web advertising.

I vituperati banner, governati da metriche bizantine come il CTR, possono essere considerati la perversione estrema su cui si è schiantata l’utopistica visione di un web libero e democratico dove tutti possono partecipare con le stesse opportunità. Rimane il fatto di capire se Google Contributor, che implicitamente creerà utenti di seria A e utenti di serie B, possa davvero essere la risposta al problema. All’inizio l’idea di spezzettare la pubblicità in tante microtransazioni sembrava una follia, eppure il leader indiscusso dei motori di ricerca è diventato in questo modo una delle aziende più floride e influenti del pianeta. Ora che il meccanismo si è inceppato, almeno non gridiamo al miracolo se Google propone una soluzione accattivante a un problema che esso stesso ha contribuito a creare.

 

L’articolo è originariamente apparso su Gli Stati Generali

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