Blog

Confessione di un like dipendente

Su internet nessuno sa che sei insicuro ed egocentrico. (E se lo capiscono, stai sereno, quasi certamente sentiranno il bisogno di notificartelo).

Per scrivere questo articolo ci sono volute otto ore, sette delle quali impiegate a fare refresh sui social nella continua speranza di essere amato. Questo è già un coming out, una dichiarazione pubblica dell’indicibile e imbarazzante verità: c’è un sottile e inebriante piacere nella consapevolezza di essere continuamente letto, commentato e considerato da una community. La fase immediatamente successiva alla pubblicazione di un contenuto è aspettare la risposta di chi ti legge. Nessuno vuole ammettere le proprie compulsioni (spesso scambiate erroneamente per dipendenze), perché ci fanno apparire soggetti deboli e insicuri (che è poi uno dei motivi per cui gli adulti usano bambini e cani nei propri autoscatti, con l’evidente intento di dissimulare una foto erotica e di giustificarla a un marito geloso o agli amici ficcanaso come una normale foto domestica—in cui si è nudi). Nessuno, dicevo, ama svelare apertamente il proprio lato narcisista o le proprie piccinerie. Ma l’attesa del like è un fenomeno che esiste e che ha bisogno di essere descritto. Lo chiameremo ansia da notifica. Siamo in tanti e ci nascondiamo dietro un dito: il pollice del like.

Feedback Me: teoria della gratificazione

In una delle più grandi ricerche condotte in Svezia sull’uso di Facebook, alla voce dedicata all’uso compaiono (i dati sono espressi in percentuali di approvazione) il mantenere i contatti 88% e la rete sociale 83%; ma anche: leggere gli aggiornamenti di status 77%, mostrare incoraggiamento 69% e far sapere agli altri che mi importa di loro 66%. Mi paiono tre buoni motivi per cui controllare costantemente il numero di like e di notifiche non sia insensato, ma il modo principale per verificare la percezione, forse non del tutto pulita e razionale, di come gli altri valutano la nostra identità online—che poi non è molto diversa da come siamo nella vita reale, solo meno goffi e più belli. La notifica è il segnale che qualcuno da qualche parte ci sta considerando. Che il nostro pubblico c’è, è lo sguardo e la comunicazione fatica che tiene vivo il flusso di conversazione. Può essere il suono di Facebook o la vibrazione di Twitter, può essere tutto ciò che è stato appositamente creato per riportarci con la testa sullo smartphone. Non importa la qualità dei contenuti che abbiamo prodotto, importa solo che noi ci crediamo. E ci crediamo. Il momento in cui riceviamo una notifica che ci lusinga coincide con il grado massimo di sospensione dell’incredulità. Possono dirci che siamo i Tom Wolfe dei nostri tempi o che abbiamo l’umorismo di Louis C.K.: ci crederemo. Le nostre foto? Sembrano uscite dalla Magnum. Online un «geniale» non si nega a nessuno, se te lo dicono i tuoi amici. (Per questo il like degli sconosciuti vale sempre doppio, è *disinteressato*).

Castori voraci e Hapy Faggot: cosa siamo diventati

Siccome i teenager sono bersaglio da sempre delle critiche più feroci, partiamo da loro. In I tweet honestly, I tweet passionately: Twitter users, context collapse, and the imagined audience, uno studio di A. E.Marwick e D. M. Boyd, ci conferma che tendiamo a scrivere post e aggiornamenti per un “pubblico ideale” (ideal audience). Uno studio del 2012 condotto tra ragazzi dai sedici ai vent’anni in una scuola estone ha proposto un esercizio riflessivo: descrivere una serie di tipi umani da Facebook. L’obiettivo della ricerca è verificare il tipo di percezione di un pubblico ideale. Tra le varie descrizioni c’è l’Eager Beaver (castoro insaziabile), detto anche “The Happy Faggot”, traducibile in allegro frocione. Questo tipo può essere un uomo o una donna, pubblica continuamente informazioni su di sé, commenta chiunque, mette molti like, vuole essere amico di tutti e aggiunge continuamente persone sconosciute collezionando capitale sociale. L’Eager Beaver gioca a Farmville, partecipa agli eventi, esprime le proprie idee negli status, e ciò che lo motiva è il bisogno di piacere a tutti a ogni costo. Ecco, gli Eager Beaver siamo tutti noi Facebook compulsivi. Ci siamo trasformati tutti in allegri frocioni, o se preferite in voraci castorini.

Ma siamo davvero dipendenti da una tecnologia? Come scrive Laura PortWood Stacer su Flowtv.org, creare la figura del dipendente ha la funzione rassicurante di considerare tollerante il nostro livello di consumo, che si suppone sempre essere l’uso corretto. La dipendenza trasforma l’attività umana in qualcosa di culturalmente inaccettabile. Non c’è bisogno che vi dica che non abbiamo quasi mai la percezione reale su noi stessi (basta dare un occhio agli autoscatti degli altri). Sia gli utenti estremamente razionali sia quelli irrazionali sono accomunati dal desiderio umano di piacere. Entrambi faranno di tutto per raggiungere quello scopo e per non deludere le (proprie) aspettative.

Il peggio che può accaderti è essere ignorato

The 8 Types Of "Likes" You'll Find On Facebook

Tra le varie teorie che tentano una spiegazione ci sono: quella della gratificazione, cioè dell’apprezzamento nel ricevere l’apprezzamento (molto meta); quella del capitale reputazionale, siamo molto attenti al modo in cui ci presentiamo, e se vediamo che altri hanno raggiunto un numero di like superiore al nostro ci sentiamo in dovere di dimostrare di essere all’altezza, di migliorare la nostra condizione; la teoria dell’approvazione, basata sulla convinzione che online abbiamo maggior bisogno di approvazione sui nostri contenuti, perché siamo più insicuri e ansiosi di come appariamo. In tempi di like economy-per usare un’etichetta di moda sul valore online e individua in Facebook una fabbrica-dove i brand danno valore alle nostre interazioni, chi si trasforma in personal brand, cioè chi lavora sulla propria persona online stringendo rapporti e creando una rete di conoscenze, si sente conseguentemente in dovere di ricevere stelline e like. Questo genera comprensibilmente un po’ di ansia. Tra le cose più odiate dagli utenti statunitensi di Facebook secondo il Pew Research ci sono comprensibilmente una serie di questioni legate alla privacy (condividere troppe informazioni di sé o persino essere sedotti dalla tentazione di condivedere troppo su di sé), ma soprattutto c’è la pressione nel postare contenuti che diventeranno popolari, cioè che otterranno molti like. Un amico che si occupa di Brand Reputation e social marketing mi ha confidato che cancella i propri status se vede che non raggiungono un livello accettabile di like tra i propri amici, e più di una volta si è trovato a chiedere privatamente il like ai suoi post: «Mi sento uno sfigato ma è brutto non ricevere like, hai la sensazione che tutti si stiano disinteressando di te, o che non sei abbastanza sagace. Una volta mi sono scollegato per un paio di mesi, non riuscivo a smettere di preoccuparmi delle notifiche sui like, stava diventando insostenibile». Mark Zuckerberg si sbaglia riguardo al pulsante dislike, quello che non esiste per mantenere l’illusione che ci piaccia tutto e siamo tutti amici. No, non è la cosa peggiore che possa succedere a un utente quella di ricevere una notifica negativa. La cosa peggiore è essere ignorato.

Quando ci esponiamo a un pubblico silente abbiamo la certezza di non sapere cosa quel pubblico pensa di noi, ma quando iniziano a cliccare sul mi piace crediamo di sapere quello che sta succedendo: ci apprezzano. È qui che nasce la più grande macchina di fraintendimento dei nostri tempi.

 

La Macchina del Fraintendimento

The 8 Types Of "Likes" You'll Find On Facebook

«Gli ho dato il like, non capisce che voglio scopare?!», mi scrive un’amica. In effetti non è che fosse chiarissimo. La fase immediatamente successiva alla pubblicazione di un messaggio è l’attesa, ed è la parte in cui siamo carichi di aspettative. Se arriva una notifica sai che la tua imperdibile opinione politica, il gioco di parole o l’aneddoto più o meno simpatico è piaciuto. Significa che ti amano, che qualcuno è dalla tua parte, e ti sta dando retta. O così credi. Quando nel 2010 ha introdotto il pulsante like, gli ingegneri di Facebook hanno creato il più inefficiente sistema di feedback sulle nostre vite. L’intenzione dei programmatori era probabilmente di sostituire il linguaggio paraverbale—su internet nessuno può sentirti ridere—e dare allo scrivente la percezione di un pubblico reattivo. Tra le ipotesi la scelta è ricaduta sull’universalizzante «like». Il simbolo dell’approvazione è però sfuggito di mano, ed è diventato polisemico, oggi significa troppe cose.

 

  • Mi piace
  • Divertente
  • Bello
  • Rido
  • Voglio fare sesso con te
  • Sono d’accordo
  • Sei simpatico
  • Ho fiducia in te: se supera tot mi piace sicuramente ci sarà un motivo per dartelo
  • Ti penso
  • Sei un coglione (like ironico su un insulto verso di noi, o la variante “mi hai insultato così bene che comunque mi è piaciuto”)
  • Non ti sono ostile (like perché sto per scrivere una risposta ambigua e metto le mani avanti)
  • Mi dispiace ti sia successo
  • Ti sono vicino
  • Pensami (like unicamente a scopo notifica)
  • Ti abbraccio
  • Così non ti devo rispondere
  • Ci capiamo
  • Sono intelligente come te perché ho capito il riferimento, o fingo di esserlo

The 8 Types Of "Likes" You'll Find On Facebook

Ora immaginate un tipo che riceve un like su uno status in cui sta criticando Renzi o ironizzando sulle scie chimiche, e gli arriva un like di una donna. Forse pensa di aver detto qualcosa di intelligente e ora crede che lei lo stimi. Il modo migliore è disambiguare: denudarsi in una foto profilo va sempre bene per attirare l’attenzione. (Poi però c’è un altro problema, quello che se si ricevono troppi like complimentosi ai propri selfie si finisce per sublimare nella gratificazione istantanea, e allora non c’è speranza di flirt). La polisemia, dicevamo, è un problema. Pensate a quanti like riceviamo e al significato che diamo a seconda di chi è che ci sta scrivendo.  Un like può significare anche “facciamo pace”, o “ti controllo”, se a metterlo è rispettivamente uno con cui hai litigato o una molto gelosa. Online il tono sfugge e ci vorrebbe un Facebook con i sottotitoli per spiegarci ogni volta che non ci siamo capiti.

In una scena di The Social Network, una compagna di laboratorio passa un bigliettino a Zuckerberg; dentro c’è scritto «U dick», cioè «cazzone». Se ci fosse stato Facebook quella ragazza avrebbe potuto scrivere uno status indiretto sulla propria bacheca, magari bilanciando aggressività e spiritosaggine, contando i like di approvazione degli amici, sogghignando tra un bicchiere di vino e l’altro. Ma per raggiungere il suo scopo— ferirlo— avrebbe dovuto assicurarsi di essere letta. Avrebbe quindi forse potuto commentare uno degli status di Mark con un secco «coglione», o mandargli un messaggio privato. Ciò che non avrebbe potuto fare è usare un pulsante per notificargli l’odio e la disapprovazione nei suoi confronti. Su Facebook sono tutti amici, se una cosa non ti piace l’unico dito che puoi alzare è il medio, dal tuo divano, dopo aver scritto cattiverie argutissime. Avrebbero probabilmente fatto entrambi così e la guerra si sarebbe giocata sul numero di like. Che descritto così non è altro che la versione aggiornata dell’applausometro.

Zuckerberg prende il foglio, lo legge, si allontana; non prima di aver dato alla classe la risposta giusta a un problema matematico complesso (siamo a Harvard, lo sceneggiatore è Aaron Sorkin, serve altro?). Il più potente feedback positivo per un genio è costruire un dispositivo di controllo mondiale e diventare multimiliardario. Per tutti gli altri rimangono le stelline e i like.

Non serve neppure che vi dica cosa fare dopo aver letto questo articolo.

 

Related Posts

Leave a reply